La sofferenza del partner tradito: un lutto interiore
Dopo aver analizzato le possibili cause che possono portare al tradimento nella relazione sentimentale, non potevo concludere queste riflessioni senza cercare di pormi nei panni di chi è stato tradito. Offrirò alcune considerazioni al riguardo, facendo riferimento soprattutto al contributo di due psicoanalisti italiani contemporanei: da una parte il prof. Umberto Galimberti (junghiano), dall’altra il prof. Massimo Recalcati (lacaniano).
Prima di entrare nel merito della questione, non dobbiamo dimenticare la sofferenza spesso intensa di chi subisce un tradimento. Questa sofferenza è tanto maggiore quanto più profondo è stato l’investimento emotivo, giusto o sbagliato che sia, fatto da un partner nei confronti dell’altro. Il tradimento agisce come uno spartiacque tra un prima e un dopo nella vita emotiva del soggetto colpito, generando una frattura interiore difficile da sanare.
Il lutto dell’amore e la perdita di senso
La perdita dell’amore è a tutti gli effetti un lutto. Un lutto che tende a riaprire ferite antiche di abbandono non del tutto cicatrizzate, con cui inconsapevolmente conviviamo. Ma la ferita più profonda può essere rappresentata dalla perdita di senso della vita stessa, soprattutto se il partner tradito ha costruito il significato della propria esistenza prevalentemente sulla relazione con l’altro, a discapito della valorizzazione delle proprie risorse interiori.
Inoltre, la perdita dell’amore non è sempre legata alla fine oggettiva della relazione, ma può annidarsi anche nella permanenza formale del legame: molti partner traditi scelgono infatti di restare, convivendo però con una dolorosa sensazione di distacco emotivo, di vuoto e di incomunicabilità.
Per offrire un’immagine plastica di tale sofferenza, ricorro alla tragedia shakespeariana di Romeo e Giulietta, anche se in questo caso la vicenda non è causata da un tradimento, ma da un amore “irrinunciabile”.
Romeo e Giulietta, appartenenti a famiglie rivali, si innamorano profondamente e si uniscono in matrimonio in gran segreto. Giulietta, costretta a sposare Paride, ricorre a una pozione che le provoca una morte apparente. Romeo, ignaro dell’espediente(AL POSTO DI INGANNO) messo in atto da Giulietta, la crede morta e , si toglie la vita; e Giulietta, risvegliatasi, cade nello stesso equivoco di Romeo e fa lo stesso. In questo scenario tragico, emerge quanto la perdita della persona amata possa coincidere con la perdita del significato della propria esistenza.
Le emozioni devastanti nel partner tradito
Il partner tradito può sperimentare una gamma di emozioni complesse, spesso contrastanti tra loro: incredulità, rabbia, tristezza profonda, ma anche desiderio di rivalsa, confusione, e senso di fallimento. La delusione non riguarda solo il tradimento in sé, ma l’intera impalcatura simbolica su cui si era costruito il rapporto di coppia.
A volte, queste emozioni si manifestano anche attraverso sintomi psicosomatici: insonnia, attacchi d’ansia, disturbi gastrointestinali, calo dell’umore. Il corpo stesso si fa portavoce del dolore che la psiche non riesce ancora a elaborare. La dimensione traumatica del tradimento non deve essere sottovalutata: può comportare una vera e propria crisi d’identità, in cui la persona tradita si trova a dover ridefinire chi è, cosa vuole e di cosa può fidarsi.
Si possono mettere in discussione anni di relazione, scelte di vita, sacrifici personali. Il tradimento, infatti, non spezza soltanto il legame affettivo: può incrinare anche la fiducia nella propria capacità di amare e di essere amati. Ci si interroga su cosa si è sbagliato, su cosa non si è visto, su come si è potuto arrivare a tale esito.
Dalla disperazione alla punizione: Otello e l’aggressività diretta verso l’altro
Accanto alla sofferenza e alla disperazione rivolta verso sé stessi, esiste un’altra possibile reazione: l’aggressività proiettata verso l’altro. Anche qui Shakespeare ci viene in aiuto, con la tragedia di Otello.
Otello, condottiero veneziano, viene manipolato da Lago, che lo convince che Desdemona, sua moglie, lo tradisce con Cassio. Preso dal dubbio e dalla gelosia distruttiva, Otello uccide Desdemona. Quando poi però scopre l’inganno e si rende conto dell’innocenza della moglie, si toglie la vita.
Otello diventa così l’archetipo dell’amore tragico, in cui la passione si intreccia con la gelosia, conducendo alla distruzione reciproca. Anche questa è una reazione al tradimento, o alla percezione di esso: la pulsione a punire l’altro, come forma estrema di difesa dall’umiliazione e dalla perdita subita.
Gelosia patologica e distorsione della realtà
La gelosia, quando si nutre di insicurezze personali e di un legame simbiotico, può degenerare in una forma patologica. Non è più una semplice emozione, ma diventa una lente deformante attraverso cui si osserva ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio dell’altro.
In questi casi, il partner tradito non solo cerca prove, ma diventa egli stesso giudice e accusatore, in una spirale ansiogena che alimenta la sfiducia reciproca. L’amore viene sostituito dal sospetto e il desiderio di intimità cede il passo al bisogno di controllo. La coppia entra in uno stato di costante allerta, che può portare all’alienazione emotiva di entrambi.
Il partner tradito può diventare ossessionato dalla ricerca della verità, spingendosi a controllare messaggi, social network, email, alla ricerca di conferme. Ma questa ricerca, spesso, non porta pace, bensì alimenta il dolore.
Le reazioni al tradimento secondo Galimberti
Vediamo ora di comprendere meglio la gamma di reazioni possibili in seguito a un tradimento. A questo scopo, ci affidiamo al pensiero del prof. Galimberti, in particolare al capitolo “Amore e tradimento” del suo libro Le cose dell’amore (Feltrinelli).
Galimberti, riprendendo J. Hillman (Puer aeternus, Adelphi), distingue tra le reazioni che bloccano la coscienza e quelle che, al contrario, la emancipano.
Le reazioni negative che ostacolano la coscienza
Tra le reazioni che impediscono una crescita interiore, Galimberti identifica:
- La vendetta, come risposta immediata alla ferita narcisistica;
- La negazione, che annulla anche gli aspetti positivi del partner precedentemente idealizzato;
- Il cinismo, che non solo svaluta il partner ma anche l’amore stesso, considerandolo ingenuo e illusorio;
- Il tradimento di sé, ossia il rinnegare il valore delle esperienze vissute;
- La scelta paranoide, che tenta di prevenire futuri tradimenti attraverso rituali di controllo come giuramenti o sorveglianza eccessiva.
Il perdono come evoluzione della coscienza
Per Galimberti, in linea con Hillman, è solo il perdono a permettere un’evoluzione reale della coscienza. Il perdono è l’atto che trasforma la sofferenza in consapevolezza, liberando l’amore dalla sua forma più infantile e ingenua. Solo perdonando si può accettare la presenza dell’ombra nella relazione, riconoscere l’imperfezione, e continuare a crescere.
Non è un caso che questa visione si avvicini alla concezione cristiana del matrimonio, in cui l’unione si promette “nella buona e nella cattiva sorte” — e la cattiva sorte può ben includere anche il tradimento.
La trasformazione del legame dopo il perdono
Quando il perdono è autentico, può dare origine a un nuovo modo di stare in relazione, più consapevole e meno idealizzato. Si smette di pretendere che l’altro sia perfetto, si accetta che anche lui o lei abbia limiti, ombre, desideri non sempre comprensibili.
Questo tipo di amore maturo non è cieco, ma radicato nella realtà. Non si tratta di giustificare l’errore, ma di attraversarlo e trasformarlo in un’occasione di evoluzione.
La visione negativa del “Noi” e il rischio di annullamento dell’Io
Galimberti cita anche la sociologa G. Turnaturi, autrice del saggio “Tradimenti . L’imprevedibilità delle relazioni umane” Feltrinelli editore, che sembra offrire una visione piuttosto critica della dimensione del “Noi” nella coppia. In quest’ottica, il “Noi” rischia di diventare una gabbia affettiva, una struttura soffocante che inibisce la crescita personale e l’evoluzione dell’individuo.
Galimberti evidenzia il grosso rischio del” Noi” quando viene vissuto come un bunker che potrebbe tramutarsi addirittura in una tomba, in cui ci si rifugia per protezione, salvo poi sentirsi prigionieri del ruolo di partner, senza possibilità di esplorare altre parti della propria identità.
Su questo punto, pur condividendo la visione critica, ricordo che l’identità umana è sfaccettata come un mosaico: siamo non solo partner, ma anche figli, genitori, lavoratori, amici. Il “Noi” non deve esaurire l’Io, bensì arricchirlo. Quando ciò non avviene, può emergere l’esigenza di “uscire dal bunker” per scoprire chi siamo senza l’altro e su questo aspetto posso concordare con U. Galimberti.
Tuttavia, la coppia matura non dovrebbe funzionare come una famiglia d’origine da cui bisogna poi evadere per crescere, bensì come partenariato tra adulti che si accompagnano nel dare forma ai propri progetti di vita.
Perdono o lutto? La posizione di Recalcati
Confrontando Galimberti con Recalcati, emerge una domanda cruciale: è sempre possibile perdonare? Per Recalcati, non sempre. Egli sottolinea come in certi casi il perdono sia psicologicamente impossibile.
Quando l’amore ha una natura narcisistica, il partner serve solo a confermare un’immagine idealizzata di sé. Se l’altro tradisce, la ferita è tale da rendere impossibile la riabilitazione simbolica della relazione: “l’oggetto d’amore non può più esercitare la sua funzione di sostegno all’immagine idealizzata di sé e perde definitivamente il suo valore iniziale
La fuga nel perdono e il lavoro del lutto
Recalcati introduce anche un altro concetto interessante: la fuga nel perdono. Si tratta di una forma di adattamento che non nasce da una reale elaborazione, ma dal desiderio di evitare il confronto con la solitudine e con la perdita dell’oggetto d’amore.
In questi casi, il perdono diventa funzionale alla conservazione della stabilità emotiva e famigliare della persona (per esempio per i figli, la famiglia o per sé stessi), e serve per evitare l’incontro con la propria solitudine e di confrontarsi con la perdita “dell ‘oggetto d’amore “che è pur sempre una parte di sé stesi e pertanto il perdono non è veramente interiorizzato. In questi casi come dice M . Recalcati il lavoro del perdono viene sostituito da un vero e proprio lavoro del lutto. La persona dice a sé stessa: l’altro/a è come se fosse morto/a non fa più parte della mia vita! , l’altro viene simbolicamente rimosso, e il soggetto si rifugia nel lavoro del lutto.
Quando il perdono matura nel tempo
Vi sono però anche casi in cui il perdono si sviluppa con il tempo, come frutto di consapevolezza. Si riconosce che l’altro, pur con i suoi errori, è stato stimolo di crescita. Questo tipo di perdono ha un valore anche educativo: preservare l’immagine dell’altro agli occhi dei figli, evitare alleanze perverse tra un genitore e i figli contro l’altro genitore e trasmissioni di rancore che nuocciono all’equilibrio familiare.
Conclusione: dalla ferita all’evoluzione
Il tradimento è una frattura profonda. Può spalancare l’abisso, ma anche favorire una rinascita interiore. Le reazioni sono molteplici: distruttive o trasformative, autodistruttive o evolutive. La sfida, come ci insegnano Galimberti, Hillman e Recalcati, è scegliere una via che consenta alla coscienza di emanciparsi, di diventare più complessa, più libera, più vera.
In ultima analisi, amare davvero significa accettare anche la possibilità della caduta, senza per questo rinunciare alla ricerca del significato, della dignità, della verità di sé.
Dr. F. Cesarano – psicoterapeuta
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